Sindrome dell’impostore sul lavoro: osare occupare il proprio posto nonostante i dubbi
Ha appena ottenuto una promozione o portato a termine un progetto importante. Tutto logico, no? Eppure potrebbe chiedersi se merita davvero questo riconoscimento. Se ha l’impressione di barare, di approfittarsi di una concatenazione di circostanze fortunate, o che prima o poi qualcuno scoprirà che non è all’altezza. Questo sentimento sgradevole: non è solo/a a provarlo.
La sindrome dell’impostore — a volte chiamata sindrome dell’abusatore — colpisce una quota significativa di professionisti/e in un momento dato della loro carriera. E no, non si tratta di una mancanza di competenze. È un meccanismo psicologico ben documentato, che merita di essere compreso piuttosto che subito in silenzio.
Cos’è esattamente la sindrome dell’impostore?
La sindrome dell’impostore si manifesta con una discrepanza inquietante tra ciò che lei realizza effettivamente e il modo in cui percepisce questi risultati. Ha risultati concreti, tangibili — una promozione, feedback positivi, progetti riusciti — ma qualcosa in lei si rifiuta di crederci davvero [Clance e O’Maoileidigh, 1985].
Concretamente, ecco cosa può produrre:
- Attribuire i propri successi alla fortuna. Ha ottenuto quella posizione grazie al caso, non grazie alle sue competenze.
- Minimizzare le proprie competenze. Pensa che chiunque potrebbe fare ciò che lei fa.
- Evitare le situazioni di visibilità. Rifiuta opportunità di presentare il proprio lavoro o di assumersi responsabilità aggiuntive.
- Anticipare il fallimento o il giudizio. Si aspetta di essere “smascherato/a” un giorno.
Ciò che è sorprendente è che questo sentimento persiste nonostante le prove contrarie. Anche con dati oggettivi che dimostrano il suo valore, la dissonanza rimane radicata.
Quanto è diffusa?
Gli studi in questo ambito suggeriscono che una quota importante dei professionisti/e — alcune stime collocano questa proporzione tra il 50 e il 70% della popolazione attiva — fa esperienza di questa sindrome in un momento della sua carriera. È considerevole.
Un punto importante da tenere a mente: questi numeri provengono da studi con limiti metodologici. I campioni non sono sempre rappresentativi dell’insieme dei professionisti/e. Si tratta di stime utili per comprendere la portata del fenomeno, non di misurazioni esatte.
Inoltre, bisogna distinguere le fonti istituzionali italiane (come i servizi per l’impiego regionali o l’INPS) dalle pubblicazioni scientifiche sottoposte a revisione tra pari. Le prime offrono punti di riferimento preziosi e pratici; le seconde apportano un livello di prova più robusto, ma restano modeste in questo ambito.
Da notare anche: l’idea che la sindrome colpisca maggiormente le donne non è costantemente riscontrata negli studi controllati recenti. Questa osservazione potrebbe riflettere un bias di pubblicazione o una sotto-denuncia maschile, non una realtà epidemiologica accertata.
Come la sindrome dell’impostore influisce sulla sua carriera e sul suo benessere
Il dubbio permanente non resta senza conseguenze. Quando passa il suo tempo a temere di essere “smascherato/a”, la sua energia mentale si esaurisce. Gli effetti osservabili sono molto reali:
- Ansia legata al lavoro. La paura del fallimento o del giudizio crea una tensione costante.
- Esaurimento professionale. Il costo emotivo di mantenere una facciata di competenza mentre si dubita di sé stessi è considerevole.
- Freno all’evoluzione di carriera. L’evitamento delle opportunità — non candidarsi a una posizione, rifiutare una presentazione, non chiedere un aumento — limita concretamente le sue prospettive.
Questi meccanismi non sono aneddotici. Possono modellare il suo percorso di carriera in modo significativo, a volte senza che lei se ne renda conto.
Cosa raccomandano la ricerca e le istituzioni
Le organizzazioni che supportano i professionisti/e in Italia hanno identificato diversi leve d’azione.
L’Agenzia per le Politiche Attive del Lavoro (ANPAL) e i servizi per l’impiego regionali, ad esempio, propongono approcci concreti per superare la sindrome:
- Prendere consapevolezza delle proprie competenze reali. Identificare concretamente ciò che sa fare, al-delà dell’impressione generale.
- Sollecitare feedback. Chiedere feedback regolari ai colleghi o ai responsabili per ancorare una valutazione oggettiva.
- Sviluppare una visione oggettiva del proprio valore. Riconoscere i propri risultati senza minimizzarli o attribuirli al caso.
- Condividere l’esperienza con colleghi fidati. Costatare che altri vivono la stessa cosa aiuta a destigmatizzare.
Dal punto di vista organizzativo, le ricerche evidenziano che il feedback regolare e costruttivo, la normalizzazione collettiva del fenomeno, e l’accompagnamento da parte del management contribuiscono a ridurre questi sentimenti [WebWork Tracker, guida management di team].
Queste strategie hanno senso. Ma siamo onesti: le prove di efficacia degli interventi specifici restano preliminari. La maggior parte delle raccomandazioni si basa su consensus di esperti, non su studi controllati randomizzati. Le soluzioni non sono magiche né universalmente efficaci.
Se il peso di questi dubbi diventa difficile da gestire da solo/a, non esiti a rivolgersi a un professionista della salute mentale. Per un supporto psicologico, può contattare il suo medico di medicina generale che potrà orientarla verso le risorse appropriate, compreso il consultorio familiare del suo territorio per un primo orientamento. Il bilancio di salute offerto dai servizi territoriali può anche essere un primo passo per fare il punto sulla situazione.
Se si sente in difficoltà e ha bisogno di parlare con qualcuno, può contattare:
- Telefono Amico: 02 2327 2327
- Telefono Azzurro (per i giovani): 19696